una bestiolina. ( voleva solo diventare Heather Parisi, fare la televenditrice, allevare gatti, trasferirsi a tokyo, aiutare badanti clandestine, disegnare apparecchi ortodontici per la felicità e fare la pipì almeno una volta al Gosudarstvennyj Muzej Ermitaž )
*af*
*anobii*
*go! go! rabbit robot petit*
*pusciastova*
*soqquadrerie*
*tumblr*
*twitter*
A day in the life
A.d.I
babsijones
barchette in mah jong
bardofulas
bassoprofilo
calMa
camouflage
canicola
chincaglierie
citarsiaddosso
climacus
Cloridrato di Sviluppina
comacountry
cramelle assortite
cronomoto
dal giappone
das Kleine chaos
demimosas
dielleemme
dimegliodafare
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dire
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donde
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Esther G.
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Kusanagi
l'odore dei pomeriggi
la fagotta
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watanabe
zoe
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visitato *loading* volte

joseph smolinski, temple 2007
per la forza radicata, l'ostinazione e le sorprese.
Feist- I Feel It All
(l'immagine del mese)

pensavi fosse la migliore e invece non valeva niente.
la duna migliore è avanti, bambina.
tana libera tutti.
Oasis- Whatever
( l'immagine del mese)
Da bambina, aveva conosciuto con ancora maggior violenza
di me le convulsioni della collera; ed era tuttora capace
di furori che quasi le facevano perdere i sensi. I suoi
disgusti, le sue rivolte, non li esprimeva con eccessi frenetici,
ma con la prostrazione: una passività che non era mollezza
ma una sfida a tutte le tirannie.
(Simone de Beauvoir, L’età Forte)
Basterebbe un cinese a trasformarmi nella Regina d’Arabia. Pensavo a questa frase ogni sera, quando salivo le scale della stanza che avevo preso in affitto dalla signora Condini e m’abbandonavo sulla poltrona rossa che avevo spostato accanto alla finestra. Avevo imparato a fermare le fessure del vetro con dei panni di spugna bagnata e mi spalmavo una punta di crema al mentolo svizzero proprio sotto al naso. Avevo preso questa abitudine dal principio dell’estate, quando avevo iniziato a sentire il nauseabondo odore del saponificio gestito dai cinesi. Per tutto l’inverno non avevo sentito niente, spesso notavo gruppetti di cinesi ingobbiti, trasportare carrelli e sacchi azzurri fino a sparire dietro ai cancelli minori del grande saponificio, ma solo ai primi di giugno avevo notato le nuvole rosa che s’alzavano sul cielo di notte, le macchine lunghe che liberavano ragazze interamente ricoperte di veli dorati, l’odore di fogli di gomma bruciati con il miele e i gatti che, verso l’alba, si radunavano sul retro della fabbrica a leccare uno specchio lucido di grasso che spiccava da uno sportello rosso. Avevo provato a chiedere informazioni in albergo, ma nessuno sembrava sentire niente. Tutti parlavano di piccoli cinesi che lavoravano a tutte le ore e che dormivano negli stanzoni della fabbrica, ma nessuno sembrava notare altro. Tutto sembrava appartenere a una norma tollerata ed evitata In ogni caso tornavo a casa sempre molto tardi. Pensavo di dover rinsecchire e prosciugarmi piano piano, invecchiando in maniera impercettibile di anno in anno, invece avevo preso a nuotare con vigore. Ogni giorno andavo alla piscina comunale e nuotavo per tre o quattro ore. Nuotavo senza distrazioni, scansando ogni conversazione e ogni distrazione. Ho sempre odiato le distrazioni di qualunque tipo e ho sempre disprezzato le persone con una tendenza all’evasione pura. Un giorno, avevo rimandato in gola le lacrime, dopo essere stata battuta da una ragazzina velocissima nel nuoto a farfalla. Ero uscita dalla vasca con il viso pieno di collera e di sgomento, decisa a non nuotare per un pezzo. Solo dopo averla vista trionfare con tanto di medaglia, ai campionati mondiali di nuoto, e solo dopo aver riconosciuto la sua faccia e le sue spalle spuntare dal mare di Ostia, in un cartellone plastificato davanti alla piscina, avevo ripreso coraggio. In qualche modo, la sua evidente superiorità era giustificata. Per il resto, avevo cambiato tutte le corsie. Ero partita in quella più vicina al vetro, dove il sole filtrava dalla grande vetrata e dove le principianti ondeggiavano sulle tavolette, per ritrovarmi costretta a rallentare troppe volte. Ero andata nella corsia degli omoni supersonici per ritrovarmi con degli schiaffi d’acqua in faccia a ogni bracciata. Avevo optato, infine, per la corsia dei più tecnici. Ragazzi e ragazzini esili che nuotavano a ritmi regolari e con lunghe bracciate, la testa sempre sotto e le virate velocissime. La virata, mi aveva affascinato e convinto a cambiare la monotonia della mia amata rana. Iniziai così a nuotare bene anche a stile, anche se la respirazione a sinistra mi confondeva sempre. Riuscivo a fare una vasca intera in apnea, dentro di me, facevo dei giuramenti letali. Se non la faccio tutta, muoio domani alle ore dodici. Se alzo la testa adesso, le vene dei polsi s’apriranno come gambi di rose in un mazzo lanciato in aria. Arrivavo sempre in fondo, e ogni volta, mi proibivo di manifestare la mia stanchezza. Facevo delle prove anche per evitare il rossore del viso e il respiro affannoso, ma senza grossi risultati. Mi veniva facile lo “scattino” nella mia rana, cercavo di correggerlo, sfruttando il busto per scivolare meglio, ma continuavo a preferire le vecchie atlete della scuola russa. Quelle imbottite di ormoni maschili, drogate anche nei capelli. Quelle che senza essere smembrate avevano fatto, in qualche modo, una scuola durata più di dieci anni. Quelle raniste che avevano reso la rana un balletto ansioso. Ecco. Nuotavo così. In un modo vecchio. Ascoltavo con attenzione i complimenti stupiti dei maestri. Rifiutavo ogni volta la proposta di fare un corso serio e di provare le gare. La sera, mi toccavo le gambe e sentivo delle bolle di plastica, che immaginavo rosse, gonfiarsi dentro. Notai che il mio corpo poteva cambiare, riempirsi da dentro. Lavoravo solo tre ore e quaranta al giorno. Ero felice di lavorare con gli adulti. Disprezzavo da sempre chi odiava i pazzi. Non ne sapevo quasi nulla, ma la mia presunzione mi salvava sempre. Confidavo in quelle poche settimane di tirocinio ai tempi della scuola. Andavo sul pulmino con loro, bevevo dalla loro stessa borraccia, come tutti gli educatori. Nascondevo coltelli e mi lanciavo in discussioni accese su tutto quello che mi sembrava di non conoscere. Amavo essere lontana dai bambini. Adoravo le lanterne blu a forma di gufo che s’accendevano la sera, le tovaglie di carta, gli orti da zappare. Mentre aiutavo pensavo ai cinesi del saponificio, all’orto di mio nonno, a chi mi aveva fatto la guerra senza aver capito niente, a chi non mi pensava capace di stare accanto ai problemi, a chi non mi pensava sincera, alle lettere piene di fogli vuoti che continuavo a ricevere. Avevamo imparato a mangiare con la bocca aperta, a giocare a dama, a disporre le verdure nella cassetta senza rompere tutto. Avevo insegnato loro a disegnare stelle senza rigatura nel mezzo, a fare le bolle dal naso, come Gazza, a leggere saltando due righe senza perdere neanche una sfumatura. La pazzia non aveva nulla di romantico, non attribuivo alle loro patologie niente di miracoloso e romanzesco. Non erano contagiosi, più stavo con loro e più mi sentivo lucida, più mi sentivo forte e messa in gabbia, più stavo con loro e più facevo chiarezza sulle mie questioni. Mi piacevano e basta, non temevo le loro liti burrascose, le loro malinconie improvvise, i loro attacchi di pianto. Uno di loro mi buttò un cesto di pesche in testa. Ci misi un pomeriggio a convincerlo a raccogliere tutto. Rimasi con lui tutto il tempo, sapendo di non poter essere pagata per così tante ore. Era simile alla mia passione per gli zingari da bambina, mi piacevano e basta. Non era di certo per le loro gonne lunghe e i bracciali tintinnanti. Non conoscevo niente e questo mi bastava. Dovevo salire su ogni accidente di giostra e poi dovevo farmi spiegare per filo e per segno il loro funzionamento. Avevo smesso di scrivere. Avevo smesso di disegnare. Mi occupavo solo degli scandali sessuali del presidente. Sapevo tutto, ogni misera intercettazione, ogni ridicola intervista. Ogni smentita. Disegnavo santini, come quando mi venne l’ossessione della ragazza morta sulla spiaggia mentre faceva un bagno ai piedi, come quella volta che mi appassionai al caso della contessa Casati. Scrivevo solo frasi brevi su post-it gialli. Cambiavo la mia grafia. La peggioravo. Qualcosa mi aveva fatto peggiorare la mia calligrafia. A volte la modificavo secondo la mia volontà. Nascondevo nei cassetti i bigliettini e dopo qualche giorno andavo a controllare. Se non capivo quello che avevo scritto, voleva dire che si trattava di menzogne. In quell’estate mi sentii tradita fin nelle ossa. Però non mi annoiai mai. Arrivarono gli amici da Pula, un trio scalcinato di ventenni biondi che parlavano l’italiano dei settantenni. Odiavano farsi fotografare, odiavano il caldo umido, odiavano l’insalata. Trascinavo il più piccolo per le vie della città, sempre a piedi. Mi parlava della sua ragazza slovena e mi faceva vedere continuamente la sua foto. Era una ragazzina con pochi capelli e gli occhi grandissimi. Nella foto aveva una maglietta rossa e sulle gambe teneva un pc portatile lucidissimo. si scrivevano lunghe mail in attesa di vedersi per quindici giorni. Bevevamo tantissimo. Certe volte non riuscivamo a salire le scale ripide di casa mia e rimanevamo per ore sui gradini più bassi. Dormivano tutti dai miei. La sorella più grande da mia nonna e gli altri due nel divano letto in sala. Passavamo le ore davanti al saponificio. Disegnavo loro delle maschere di cartone e legavo l’elastico giallo con la puntatrice. Infilavo le maschere ai capelli lunghi di Sofia e la mettevo davanti alla finestra. Lei iniziava a urlare per la puzza proveniente dal saponificio e poi si metteva a ridere. Inventavo delle parole difficilissime in un finto italiano. Loro cercavano di ricordarsele e dopo qualche ora mi ero già dimenticata la parola che avevo inventato e non potevo più stare al gioco. Chi mi corteggiava mi faceva piangere. Diventavo scortese, poi arrogante. Andavano via con un corredo di frasi cattive. Mi dispiaceva, ma non sapevo fare altro.Quando tornavo a casa piangevo per ore. Al mattino mi mettevo a guardare i cinesi sgusciare via. Mi misi in testa strane storie. Poteva essere un bordello, e quelle regine ricoperte di stoffe dorate potevano essere streghe d’Arabia, gli operai dovevano essere schiavi e gli uomini con gli anelli che uscivano dalle macchine scure con autista dovevano essere capi assoluti dell’universo. Forse di giorno facevano semplice sapone rosa, lo inscatolavano dentro confezioni quadrate, lo lasciavano liquido in dosatori violacei, ma di sera le regine iniziavano a sudare perle, la loro rabbia calma le faceva diventare madide di goccioline profumate, dai loro veli laminati usciva crema al sandalo e dalle loro fronti spuntavano perle da bagno alla vaniglia. Le regine andavano via al mattino presto, lasciando al saponificio il sapore grigio di ogni fabbrica. Quando uscivano, i fari al mare si spaccavano e le navi perdevano la direzione. I piccoli operai tornavano ad avere i volti anonimi di tutti gli operai cinesi, tornavano a sgattaiolare fuori a gruppi di tre. Carichi di sacchi azzurri. Avevano gli occhi colmi, ma non erano colmi di sonno. Al mattino, ricordavo i veli metallici delle Regine, puntinare il nero della notte per poi sparire dietro ai portoni. vedevo le nuvole rosa uscire dalle ciminiere, come balene fatte con il fumo. Subito dopo, sentivo il rumore di un tubo che si spacca, di una forza che esce. Sentivo l’odore dolce del sapone, il caramello dei dolci del baltico, la menta della macchia dell' Istria, niente di zuccheroso e stantio come il dolce sentito in un certo mediterraneo. Il senso di vomito che avevo sentito a sedici anni ad Amalfi, la sceneggiata della costiera. No, odore arioso, niente di melenso. L’odore rapiva le mie tende, mi pizzicava gli occhi, raspava nella mia gola come zampe di pappagallo. le regine non avevano età, non avevano nome. Una di loro, una sola volta, uscendo dalla macchina sollevò la testa in direzione della mia finestra permettendomi di vedere i suoi occhi appuntiti, spuntare dal velo. Io presi un foglietto giallo, una penna blu, iniziai a scrivere con la mia vera grafia: qui vive

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Animal Collective- Fireworks
(l'immagine del mese)

The Circus, 1870-1950 by TASCHEN.
Carmen Consoli- Blunotte
(l'immagine del mese)

scarlett hooft graafland
(l'immagine del mese)
St Vincent - The Bed

L'appuntamento- calibro 35
[l'immagine del mese]
E' Maggio. guarda e impara.


Yan Ming
( l'immagine del mese)
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